Le cellule staminali del cervello possono essere usate per curare malattie collegate al sistema nervoso? Su siti visitati ho trovato scritto che alcuni esperimenti sono già in corso, ma sui documenti fornitimi dalla Scienza Attiva c'è scritto che ci sono soltanto cellule staminali neurali che producono due tipi di cellule gliali: quelle prodotte nella zona sottoventricolare, che migrano fino al bulbo olfattivo, e quelle prodotte nella zona sottogranulare, che si occupano delle funzioni di memoria ed apprendimento. Queste cellule staminali, stando sempre a ciò che c'è scritto sul sito, sono difficili da prelevare e danno spesso origine a tumori e non hanno la possibilità di dividersi in cellule che abbiano specificazione diversa da quella destinata al bulbo olfattivo e funzioni mnemoniche. Vorrei saperne di più e che cosa è vero. Se possibile anche un chiarimento sulla struttura delle nicchie delle cellule staminali neurologiche.

Domanda posta da Alberto Ferrarese del gruppo IIIM- Santorre di Santarosa - Torino
Risposta di:
LucaBonfantiLuca Bonfanti si è laureato in Medicina Veterinaria nel 1987, con lode e dignità di stampa. Ha conseguito un Dottorato in Neuroanatomia ed ha svolto ricerca per due anni all’Università...Continua...

Parto dall'ultima domanda per spiegare:
Le due nicchie staminali cerebrali producono neuroni che vanno a svolgere funzioni "fisiologiche" (cioè in condizioni normali e non in presenza di malattia) in regioni importanti per la memoria (bulbo olfattivo e ippocampo). L'idea di sfruttare questo fenomeno (la neurogenesi adulta) a scopo terapeutico, ad esempio per sostituire neuroni persi in malattie neurodegenerative, per ora rimane un'utopia. Cellule staminali neurali prelevate dalle nicchie, coltivate e poi trapiantate, non hanno dato i risultati sperati, proprio perchè esse "lavorano" correttamente solo nelle nicchie e nelle regioni in cui c'è neurogenesi fisiologica. Il problema è l'ambiente del tessuto nervoso dei mammiferi (uomo incluso), che non è incline alla riparazione e tantomeno alla rigenerazione.
Si sente tuttavia parlare di studi preclinici (cioè in animali da laboratorio) o anche clinici (trial clinici sull'uomo) in cui diversi tipi di staminali vengono testati in pazienti con lesioni neurodegenerative (Es: Parkinson, Sclerosi multipla, SLA, ecc.). Il caso più comune (e forse più promettente) è quello delle staminali mesenchimali (si veda il focus del Prof. Uccelli). In questi casi, lo scopo non è quello di sostituire le cellule perse (PER ORA NON CI SONO TERAPIE IN GRADO DI RIMPIAZZARE CELLULE NERVOSE O GLIALI PERSE!) ma quello di portare un beneficio in termini di riduzione dell'infiammazione e di neuroimmunomodulazione, cioè, in parole povere, di ridurre quei danni tissutali che l'organismo del paziente causa su se stesso. E' una cura palliativa che non risolve il problema alla radice ma che può forse migliorare la qualità di vita del paziente o rallentare la progressione della malattia. In ogni caso, vorrei specificare che queste "cure" sono ancora sperimentali, cioè le si sta testando in trial clinici che durano anni (si veda il focus della Dott.sa Fagioli) e dobbiamo aspettare i risultati definitivi per sapere quanto realmente funzionino.
Concludo ricordando la complessità di questi argomenti, soprattutto quando si mescolano studi della ricerca di base con le eventuali (potenziali) applicazioni terapeutiche. Il succo del discorso, nel caso delle cellule staminali e in particolare di quelle neurali, sta nel contrasto tra la loro attività nelle nicchie staminali (cioè in quell'ambiente altamente controllato che consente di estrinsecarne tutte le proprietà) e la loro "inattività" o "diversa attività" nei contesti patologici in cui vorremmo vederle agire.